Buongiorno Direttore.
Mi coglie di sorpresa il fatto di trovarmi qui, a scrivere ad un giornale, a scrivere a Lei. Ho appena terminato il suo meraviglioso “cosa tiene accese le stelle”, una sferzata di “coraggio” un’adorabile voce fuori da questo coro che da troppo tempo dice che le cose vanno male. certo le cose non sono al massimo delle loro possibilità, ma io credo sempre che avere un buon margine di miglioramento sia un ottimo punto di partenza!
Tutto questo per raccontarle cosa tiene accese le mie stelle.
E mi perdoni se la tedio con questa storia che fa molto libro “cuore”, soprattutto in questo momento in cui così tante e così importanti sono le cose che succedono nel mondo e alle quali Lei si deve dedicare.
La mia stella si chiama “PMA”, procreazione medico assistita.
Solo un anno e mezzo fa era appena un lumino, forse aveva l’intensità di un cerino, forse neanche.
La storia di partenza è la solita per tutti. Si cerca un dono, un dono che però deve aver perso la strada perchè non arriva mai a bussare alla nostra porta.
E allora noi abbiamo pensato che forse questo dono ce lo dovevamo “guadagnare” . Ci siamo guardati in faccia e ci siamo promessi di provarci. Ma ad una condizione: non farci travolgere dal vortice delle ansie delle fissazzioni del “deve essere per forza”. Ricordandoci sempre che era un dono quello che cercavamo e che come tale sarebbe potuto non arrivare.
Ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo messo mano al pc e abbiamo cercato di capire dove andare, cosa fare come fare.
Per fortuna o purtroppo i tempi sono lunghi, lunghissimi . Questo almeno per noi è stato provvidenziale. Ci ha permesso di “andare avanti”. Avevamo due scelte: fermarci, paralizzare la nostra vita in attesa dell’esame successivo, o andare avanti. Aspettando ma continuando.
Ogni partenza è corrisposta ad un arresto, scoprire il perchè questo dono non arrivava ci ha messo di fronte un’altra scelta. Come affrontarlo. E l’unica cosa certa e chiara è che per noi non esiste colpa non esiste responsabilità non esiste uno dei due. Abbiamo un problema, ma ce lo abbiamo insieme. Ed è stato bello e un po’ straniante, ritrovarci seduti in attesa nei vari studi con altre coppie e scoprirci, spesso e volentieri, ad essere gli unici che ridevano.
La strada è lunga, vero. Spesso straniante a volte straziante. Ma sono certa che quello che cerchiamo è la gioia di un figlio. E gioia allora deve esserci sempre. Anche prima, anche nell’attesa.
Ora siamo all’inizio delle cure, al principio. Questo anno e mezzo è trascorso fra un esame e l’altro, un piccolo intervento, un consulto dal genetista, l’attesa del suo consenso a procedere.
Abbiamo giocato in coppia, una mini squadra, ci siamo passati il testimone e ora tocca a me. Ci sono le punture i controlli e poi l’espianto.
Quindi come vede ancora presto per festeggiare. Così almeno mi dicono. Ma per me, essere arrivati fino qui, con la speranza di poterci almeno provare , è gia un piccolo miracolo. Ho sempre detestato la parola impossibile, anche se una cosa mi dicono che non si può fare, io devo andare a vedere perchè non si può. Per stare piu tranquilla.
E quando mi dicono che ho la testa dura io dico: meno male.
Necessario realismo e sano ottimismo. So che non sarà facile e so che di certo e sicuro non c’è nulla. E forse il nostro dono la strada non la troverà lo stesso. Ma sappiamo che stiamo facendo il possibile per illuminargliela, per aiutarlo a trovarla, a trovarci.
Tutto qui Direttore, una storia come tante. Ne piu triste ne piu allegra di milioni di altre storie che sente e legge tutti i giorni. Solo il mio personale “cosa tiene accese le stelle”.
Mi coglie di sorpresa il fatto di trovarmi qui, a scrivere ad un giornale, a scrivere a Lei. Ho appena terminato il suo meraviglioso “cosa tiene accese le stelle”, una sferzata di “coraggio” un’adorabile voce fuori da questo coro che da troppo tempo dice che le cose vanno male. certo le cose non sono al massimo delle loro possibilità, ma io credo sempre che avere un buon margine di miglioramento sia un ottimo punto di partenza!
Tutto questo per raccontarle cosa tiene accese le mie stelle.
E mi perdoni se la tedio con questa storia che fa molto libro “cuore”, soprattutto in questo momento in cui così tante e così importanti sono le cose che succedono nel mondo e alle quali Lei si deve dedicare.
La mia stella si chiama “PMA”, procreazione medico assistita.
Solo un anno e mezzo fa era appena un lumino, forse aveva l’intensità di un cerino, forse neanche.
La storia di partenza è la solita per tutti. Si cerca un dono, un dono che però deve aver perso la strada perchè non arriva mai a bussare alla nostra porta.
E allora noi abbiamo pensato che forse questo dono ce lo dovevamo “guadagnare” . Ci siamo guardati in faccia e ci siamo promessi di provarci. Ma ad una condizione: non farci travolgere dal vortice delle ansie delle fissazzioni del “deve essere per forza”. Ricordandoci sempre che era un dono quello che cercavamo e che come tale sarebbe potuto non arrivare.
Ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo messo mano al pc e abbiamo cercato di capire dove andare, cosa fare come fare.
Per fortuna o purtroppo i tempi sono lunghi, lunghissimi . Questo almeno per noi è stato provvidenziale. Ci ha permesso di “andare avanti”. Avevamo due scelte: fermarci, paralizzare la nostra vita in attesa dell’esame successivo, o andare avanti. Aspettando ma continuando.
Ogni partenza è corrisposta ad un arresto, scoprire il perchè questo dono non arrivava ci ha messo di fronte un’altra scelta. Come affrontarlo. E l’unica cosa certa e chiara è che per noi non esiste colpa non esiste responsabilità non esiste uno dei due. Abbiamo un problema, ma ce lo abbiamo insieme. Ed è stato bello e un po’ straniante, ritrovarci seduti in attesa nei vari studi con altre coppie e scoprirci, spesso e volentieri, ad essere gli unici che ridevano.
La strada è lunga, vero. Spesso straniante a volte straziante. Ma sono certa che quello che cerchiamo è la gioia di un figlio. E gioia allora deve esserci sempre. Anche prima, anche nell’attesa.
Ora siamo all’inizio delle cure, al principio. Questo anno e mezzo è trascorso fra un esame e l’altro, un piccolo intervento, un consulto dal genetista, l’attesa del suo consenso a procedere.
Abbiamo giocato in coppia, una mini squadra, ci siamo passati il testimone e ora tocca a me. Ci sono le punture i controlli e poi l’espianto.
Quindi come vede ancora presto per festeggiare. Così almeno mi dicono. Ma per me, essere arrivati fino qui, con la speranza di poterci almeno provare , è gia un piccolo miracolo. Ho sempre detestato la parola impossibile, anche se una cosa mi dicono che non si può fare, io devo andare a vedere perchè non si può. Per stare piu tranquilla.
E quando mi dicono che ho la testa dura io dico: meno male.
Necessario realismo e sano ottimismo. So che non sarà facile e so che di certo e sicuro non c’è nulla. E forse il nostro dono la strada non la troverà lo stesso. Ma sappiamo che stiamo facendo il possibile per illuminargliela, per aiutarlo a trovarla, a trovarci.
Tutto qui Direttore, una storia come tante. Ne piu triste ne piu allegra di milioni di altre storie che sente e legge tutti i giorni. Solo il mio personale “cosa tiene accese le stelle”.
— e la vergogna di avere inviato a Mario Calabresi questa roba qua.