nei campi di patate crescono parole

herblackfeathers:

there’s good shit in the world, people.

(via clairefisher)

xmessesofmenx:

Umm…

Is everyone clear on what’s going on in Russia with LGBTQ peoples. CAUSE YOU SHOULD BE. What’s going on is absolutely horrifically disgusting and it turns my stomach. Russia is home to people just like you and me except their government is telling them how they can and cannot live and who they can and cannot LOVE. This is heartbreaking. Ask yourself how you can help our Russian brothers and sisters. Lets not be quiet about this. We can all help.

Ways you can help:

REBLOG THIS POST.

VISIT allout.org This website will inform you of the chaos in Russia and other areas of the world where being gay is a crime. Help allout.org by donations and/or signing they’re demands to governments across the world for EQUALITY and PEACE.

BOYCOTT STOLI VODKA!!

LETS DO THIS BY THE MILLIONS.

(Source: silversunpick-me-ups, via curiositasmundi)

Pensate, abbiamo avuto la fortuna di nascere nell’epoca del Tomorrowland e dei Bastille, dei cuori blu su Whatsapp e delle discoteche in riva al mare. Non sapete quanto siamo fortunati ad avere la possibilità di postare immagini porno su Tumblr e video in cui ci tagliamo su Ask.fm. Ve lo giuro, non saprei proprio immaginarmela un’epoca migliore: abbiamo Berlusconi, ma che ci importa? Tanto poi ce ne andiamo ad Ibiza a darla via come se non fosse nostra. Ma sì, chi se ne frega di Calciopoli, abbiamo vinto i Mondiali e Martin Luther King mica tira in porta come Balotelli, eh. Siamo stati fortunatissimi e non ce ne rendiamo conto, siamo cresciuti in un paese che si lamenta per la fuga dei cervelli ma che continua a sponsorizzare le tette. Insomma, perché mai dovremmo rimpiangere Woodstock se abbiamo la possibilità di andare in discoteca a impasticcarci il sabato sera? Ma che ci importa della libertà? Noi abbiamo l’omertà e la sottomissione. Mi raccomando, teniamoceli stretti questi anni di merda, tra contratti a tempo determinatissimo e pompini come strette di mano. Teniamoci la crisi e le apparenze, Angry Birds e Marco Mengoni. Insomma, cosa dovremmo mai farci con Mandela se abbiamo la Rodriguez e la sua farfallina? E non ditemi che sono troppo malinconica o retrò, ma non me ne faccio nulla di Giulia Carcasi e di Instagram quando vedo un’intera generazione in fila davanti l’Apple Store il giorno dell’uscita di un nuovo I-Phone e girare la testa, facendo finta di non sentire, quando ammazzano di botte un ragazzo omosessuale o ridicolizzano una ragazza in carne. Abbiamo i leggins stracolarati, ma la personalità in bianco e nero, le Vans con le quali calpestiamo ripetutamente chi ha un’opinione diversa dalla nostra, chi è più sensibile e chi non è mai sceso a compromessi. E non ditemi che questi sono gli anni zero, no. Magari lo fossero, potremmo ripartire da quello zero, crearci una nuova identità, una cultura sana, libera e non soggetta alla riforma Gelmini e ai continui tagli. Potremmo permetterci di restare qui, a girare in Vespa per le vie di Roma o ammirare la bellezza senza tempo di Firenze, potremmo provare sentirci a casa in qualunque posto, pagarci l’università e comprare un cassetto solo per i sogni, senza dover trovare una spazio striminzito tra le pagine in cui abbiamo scritto quando ci siamo sentiti criticare da una bionda tutta tette o un figlio di papà che non sa coniugare un congiuntivo, dall’alto della sua scrivania in radica di noce. Ma che ci importa se non abbiamo la materia grigia, ragazzi, noi possiamo tingerci i capelli di blu.

incercadisogni:

comeungrattacielo:

credo sia il miglior post che abbia mai rebloggato in tutta la mia esistenza.

qualcosa di fantastico.

(Source: itrainsinsedeus, via biancaneveccp)

Checchino Antonini

Se non li avesse incontrati oggi avrebbe compiuto 26 anni, con i suoi amici di sempre, meravigliandosi, come tutti avrebbero diritto, di come in certi momenti l’allegria possa mescolarsi alla malinconia.

Non fosse nato a Ferrara ma in Florida, Federico Aldrovandi si sarebbe chiamato Travyon Martin e l’avrebbe ucciso, a soli diciassette anni, un razzista, una guardia volontaria. Uno di quelli che a Nordest avrebbe fatto le ronde per Bossi e Calderoli e Borghezio.

A Los Angeles le chiese battiste del quartiere dei neri hanno invitato i fedeli a partecipare alla messa indossando felpe col cappuccio come quella che Martin indossava una simile quando è stato freddato dalla pistola di Zimmerman a Sanford.

Anche Federico ne indossava una quella notte del 25 settembre del 2005. Ed era senza documenti. Così uno di quelli che l’avevano ammazzato chiamò il funzionario della digos: «Venga un po’ che c’è uno vestito come uno dei centri sociali, magari lo riconosce».

Negli States, il paese dove si gira armati per paura di quelli che girano armati, una giuria ha assolto chi ha ucciso Zimmerman riconoscendo il «ragionevole sospetto».

Scrive Sandro Portelli, professore di storie americane: «Non ti uccidono per quello che fai, ma per quello che sei». In Florida, come a Ferrara - è sempre così - o alla periferia di Milano, a Varese, sul Raccordo a Roma, in un repartino penitenziario di un ospedale, all’uscita da una festa reggae su una spiaggia di Focene e perfino in Piazza Alimonda, a Genova.

E noi continuiamo a raccontare queste storie con l’unico «ragionevole sospetto» che possa esistere un modo per liberare dalla paura la vita di ciascuno e di tutti, insieme.

Con l’affetto infinito per Patrizia, Lino, Stefano.

«Passano i giorni. 17 luglio 2013, 26 anni nel cielo», ha scritto suo padre dal blog che sette anni fa ha squarciato il velo del silenzio sull’omicidio di malapolizia. Ecco quella lettera:

Caro Federico in questo mio continuo contatto immaginario con la tua anima, quanti perché mi piombano addosso e con cui sarò condannato a confrontarmi per il resto della mia vita. Passano i giorni e dopo quasi otto anni non si sta meglio, si sopravvive. Guardo il mondo sempre più sconcertato.

Quanto dolore, quante torture, quante incomprensioni, quanta arroganza, quanta violenza, quanta supponenza, quanta indifferenza, quanto corporativismo a prescindere dalle responsabilità palesi nei casi di tante altre vittime senza giustizia. E quando mi sento allo stremo e mi sembra di non farcela, nella mia solitudine forzata, ripenso al tuo sguardo e al tuo sorriso che mi donasti fin da bambino, e fino a poche ore prima che 4 persone ti uccidessero con violenza, senza una ragione. Ripensare a quei momenti insieme, per risentire la tua voce, sempre viva nel mio immaginario, pronunciare ancora una volta una frase magica e unica, più grande di ogni male: “ti voglio bene papà”, come quel 17 luglio 2005, giorno del tuo diciottesimo compleanno trascorso meravigliosamente insieme per l’ultima volta. Oggi ne avresti 26 di anni e chissà quante cose belle o meno belle avremo condiviso insieme.

Non crescerò mai Federico, come l’hanno maledettamente impedito a te.

Non cresceremo mai, ma altri bimbi forse si, se gli uomini di buona volontà sapranno prendere spunto e insegnamento da questa orribile storia, in questo nostro paese.

Buon compleanno Federico, in attesa di quel che verrà.

Lino
I am not the first person you loved.
You are not the first person I looked at
with a mouthful of forevers. We
have both known loss like the sharp edge
of a knife. We have both lived with lips
more scar tissue than skin. Our love came
unannounced in the middle of the night.
Our love came when we’d given up
on asking love to come. I think
that has to be part
of its miracle.

This is how we heal.
I will kiss you like forgiveness. You
will hold me like I’m hope. Our arms
will bandage and we will press promises
between us like flowers in a book.
I will write sonnets to the salt of sweat
on your skin. I will write novels to the scar
on your nose. I will write a dictionary
of all the words I have used trying
to describe the way it feels to have finally,
finally found you.

And I will not be afraid
of your scars.

I know sometimes
it’s still hard to let me see you
in all your cracked perfection,
but please know:
whether it’s the days you burn
more brilliant than the sun
or the nights you collapse into my lap
your body broken into a thousand questions,
you are the most beautiful thing I’ve ever seen.
I will love you when you are a still day.
I will love you when you are a hurricane.

Clementine von RadicsMouthful of Forevers (via punkbunnies)

(Source: adderalldust, via myluna-deactivated20130625)

insospettabilmente-superficiale:

Di chi è il mio corpo quando è dello Stato?
La vera domanda che dobbiamo porci questa mattina non è se i tre agenti di custodia in questione andavano condannati o meno, se le botte prese da Cucchi sono state concause decisive o meno della sua morte.
La vera domanda è: chi è responsabile del mio corpo quando questo viene preso in consegna dallo Stato?
 Perché se lo Stato (in certi casi stabiliti dalla legge) ha il diritto di appropriarsi del mio corpo, in quei casi ha anche il dovere di garantirne l’incolumità, finché questo è nelle sue mani.
E’ tutto qui: e l’elenco di persone i cui corpi entrano vivi ed escono morti dal controllo dello Stato, purtroppo, in Italia è molto lungo.
Uno Stato civile, questa mattina, farebbe un decreto legge per identificare obbligatoriamente una figura di responsabile e garante di chiunque si trovi in stato di fermo o di arresto, o semplicemente in carcere.
Ogni cittadina o cittadino ha infatti il diritto civile di sapere chi è il responsabile del suo corpo quando questo è trattenuto dallo Stato.
Sarebbe, credo, anche il modo migliore per dare un senso alla morte di Stefano Cucchi…

insospettabilmente-superficiale:

Di chi è il mio corpo quando è dello Stato?

La vera domanda che dobbiamo porci questa mattina non è se i tre agenti di custodia in questione andavano condannati o meno, se le botte prese da Cucchi sono state concause decisive o meno della sua morte.

La vera domanda è: chi è responsabile del mio corpo quando questo viene preso in consegna dallo Stato?

 Perché se lo Stato (in certi casi stabiliti dalla legge) ha il diritto di appropriarsi del mio corpo, in quei casi ha anche il dovere di garantirne l’incolumità, finché questo è nelle sue mani.

E’ tutto qui: e l’elenco di persone i cui corpi entrano vivi ed escono morti dal controllo dello Stato, purtroppo, in Italia è molto lungo.

Uno Stato civile, questa mattina, farebbe un decreto legge per identificare obbligatoriamente una figura di responsabile e garante di chiunque si trovi in stato di fermo o di arresto, o semplicemente in carcere.

Ogni cittadina o cittadino ha infatti il diritto civile di sapere chi è il responsabile del suo corpo quando questo è trattenuto dallo Stato.

Sarebbe, credo, anche il modo migliore per dare un senso alla morte di Stefano Cucchi…

(via curiositasmundi)

Il mondo è pieno di ragazzi che avrebbero voglia di stare con te. Solo che non li conosci, è sempre questa la fregatura, così ognuno continua a dondolare la propria vita fra le stesse facce e gli stessi discorsi. Faresti meglio a staccare la spina da quel piccolo universo che ti ha sfruttato e nauseato, e a partire per un altrove che non si misura a chilometri, ma a stati d’animo. Le persone sensibili hanno necessità di scegliersi le proprie compagnie invece di subirle, perché il mondo può essere molto cattivo con chi non risponde a certi canoni e non si mostra bello, simpatico e allegramente vuoto come un personaggio della pubblicità. Fatti del bene. E poiché ascoltare le magagne altrui ti fa male, smetti immediatamente di farlo. Scusa il gioco di parole, ma forse così ti verrà più facile tenerlo a mente. Però nessun ragionamento, neanche questo, ti aiuterà a superare il blocco che ti sei creata. Ci vuole l’azione. Finché continui a rimanere a bordo vasca, a discettare sulla temperatura dell’acqua, non riuscirai mai a nuotare. Cerca un trampolino, chiudi gli occhi e tuffati. E se prenderai una panciata, non incolpare l’acqua e nemmeno te stessa. Intanto avrai imparato a non affogare. Ti auguro una lunga estate d’amore. Perché tutti abbiamo diritto, almeno una volta nella vita, a pensare che le canzoni del Festivalbar siano state scritte apposta per noi.

Massimo Gramellini (via toutcequirest)

appena fatto!

(via tuttoquellocheavevodadirti)

(Source: abbracciamoci, via batchiara)